Il manicomio di Scorsese

"Shutter island", il nuovo psycothriller con Leonardo Di Caprio

di Francesco Molica | 5 marzo 2010

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«Tutto ciò che è umano deve retrocedere se non progredisce» scriveva lo storico Edward Gibbon nella sua insigne rassegna della decadenza dell'impero Romano. Allo stesso modo, in prossimità della boa del millennio il cinema di Scorsese ha d'improvviso innestato la marcia indietro inanellando quattro flop creativi di fila, da Kundun al pretenziosissimo "The aviator". E i cinefili già se ne struggevano. "Shutter island", dal cinque marzo sugli schermi in Italia, se non segna il ritorno al capolavoro del cineasta italoamericano, per lo meno lo riavvicina al solco delle sue (numerose) primizie filmiche del passato, un “risveglio” già palpabile nel precedente "The departed".

Mentre i primi secondi di pellicola s’infrangono su una cortina di nebbia spessa e sinistra in nuce traspare già la traiettoria di suspence e angoscia che disegnerà l’intera trama. Il fantasma di Hitchcock – e non sarà il solo omaggio eccellente – si aggira più volte tra le pareti del manicomio criminale di Ashecliff, in cima ai promontori rocciosi e inaccessibili dell’isola del Massachusset che lo ospita, al cospetto dei due federali che in quel girone dantesco sono stati spediti in missione per indagare sulla inspiegabile disparizione di una paziente. Stati Uniti, anno 1954: le memorie gravide di atrocità del secondo conflitto mondiale s’intrecciano alle nascenti paranoie alimentate dalla guerra fredda. Il maccartismo ha asservito l’opinione pubblica statunitense alla cultura del sospetto e della diffidenza. Contro questo implicito sfondo storico, il veterano della coppia di ispettori, cui Leonardo di Caprio presta volto e profondità interpretativa, vede la propria inchiesta lentamente scivolare in un calvario di allucinazioni e ossessioni. Il sospetto che dietro la raziocinante placidità degli psichiatri del penitenziario (Ben Kingsley e Max Von Sydow), le espressioni talvolta supplichevoli tal’altra feroci dei malati, si celi in realtà un indicibile mistero si farà via via soverchio sino alle soglie della follia.

Una regressione che echeggia il Corridoio della paura di Samuel Fuller, indimenticato classico dal quale lo stesso Scorsese ha dichiarato esplicitamente di aver tratto ispirazione. Fino a che il colpo di scena finale, un topos caro alla filmografia del regista di Casinò, giunge a riappacificare le continue fughe verso generi differenti, dalla fantascienza al noir, sul più autentico terreno del thriller psicologico. Agli addetti ai lavori resta in dote una pellicola venata di citazionismo, quantunque mai esplicito. Al grande pubblico un ritmo narrativo che, come possono solo poche produzioni contemporanee, non lascia respiro alcuno alla disattenzione. Eppure, le perfezione cui un tempo ci aveva abituato la cinepresa di Scorsese in qualche modo appare ancora appannata. Forse ancora per poco.

Info: www.shutterisland.com